Canto I

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“Come è noto, il primo canto serve da proemio a tutto il poema, onde non dev’essere il primo che Dante compose. L’invenzione dantesca nel canto esordiale è potente e nuova. Il racconto, che ha statuto ambiguo, tra visione e sogno, lascia indifferenti solo i critici che sono esclusivamente alla ricerca della poesia pura e del frammento lirico, o i lettori che privilegiano nella Commedia le storie appassionate, i drammi dei personaggi, e sdegnano come allotrie le allegorie, le visioni e le profezie, che sono tanta parte di questo canto, dominato da una straordinaria e suggestiva fantasia.
L’invenzione di una selva oscura in cui il pellegrino si trova perduto e delle tre fiere che si oppongono al suo viaggio verso l’alto, la confessione della paura che egli serba nel «lago del cor» (Inf. 1, 20), l’apparizione di un’ombra silente ed evanescente, Virgilio, che sarà guida a un viaggio nell’aldilà e verso gli inferi, viaggio provvidenziale e redentivo, la profezia su un «veltro» (Inf. 1, 101), di cui si annuncia imminente l’arrivo, sono entrate in proverbio e nell’immaginario comune”.

Da Guglielmo Gorni, Dante. Storia di un visionario, Laterza, Roma-Bari, 2008. Per leggere le pagine dedicate al primo canto CLICCA QUI.

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Dante ALIGHIERI, La Commedia, a cura di Bianca GARAVELLI, Bompiani, Milano, 1993.

Canto primo: analisi e commento

Verso 1: Nel mezzo del cammin
Il celebre verso iniziale offre la prima importantissima indicazione cronologica, conducendo subito il lettore nel mezzo dell’avventura di Dante personaggio.
Dante autore vuole qui istruirci sul momento in cui il suo viaggio nell’Oltremondo ha inizio: lo fa con una perifrasi, abitudine che diventerà consueta nel corso del poema. Dante personaggio compie un viaggio del tutto reale, e come tale in un tempo e in un luogo evi-denziabili con una certa precisione: il percorso comincia nella primavera del 1300, anno in cui il papa Bonifacio VIII aveva bandito il primo giubileo della Chiesa cattolica, importante anche per il suo valore numerico di multiplo di tre e di dieci, rispettivamente simbolo della Trinità e della perfezione divina. L’indicazione ci è data dal fatto che Dante è nato nel 1265, e secondo le convinzioni scientifiche della sua epoca l’età media dell’uomo era di settanta anni (si veda Conv., IV, XXIII 6-10: «tutte le terrene vite (…) convengono essere quasi ad immagine d’arco assomiglianti (…) lo punto sommo di questo arco (…) io credo che nei perfettamente naturati esso sia nel trentacinquesimo anno»). Per quanto riguarda il giorno, in-vece, ci aiuta un altro passo dell’Inferno, XXI 113-114 (ier, più oltre cinqu’ore che quest’otto,/ mille dugento con sessanta sei / anni com-pié che qui la via fu rotta): il venerdì santo del 1300, si è incerti se il 25 marzo n l’8 aprile.
Tuttavia, l’importanza del primo verso del primo canto del poema, quindi un canto proemiale, cioè di introduzione all’intera opera, fa pensare che il suo significato sia più ampio e non sia ristretto alla vicenda del singolo Dante, ma riguardi l’umanità intera, di cui la Commedia rappresenta il viaggio simbolico.
Verso 2: mi ritrovai per una selva oscura
Il verso è, come il precedente, di significato generale, poiché il messaggio è rivolto a tutti: l’esistenza dell’uomo è paragonabile a una foresta, a un labirinto, in cui le tentazioni sono inevitabilmente innumerevoli, perché è impossibile che l’anima, chiusa nella prigione materiale del corpo, possa difendersi perfettamente dal peccato, dal quale sarà completamente purificata solo dalla Grazia divina del Paradiso, dopo essere passata attraverso l’esperienza di espiazione del Purgatorio.
Il verbo mi ritrovai, che allude a un’assenza della volontà, è usato quindi per mostrare che l’uomo cade nel peccato a volte per debolezza e sviamento del suo senso morale, e non sempre per malvagità d’animo.
Verso 13: Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto
L’immagine del colle rappresenta allegoricamente la meta a cui conduce la verace via, cioè la via giusta ed esente dal peccato: è la felicità terrena, ancora imperfetta, ma che già fa presagire la beatitudine completa della presenza di Dio in Paradiso. Il sole infatti sta a indicare la grazia divina, che illumina il cammino dei buoni cristiani e li guida verso la salvezza eterna. La valle è invece di nuovo la selva del peccato. Selva, colle e sole sono posti qui a riassumere le tre tappe del futuro viaggio, che condurrà Dante attraverso tre «stati» dell’anima: peccato, purificazione, beatitudine.
Verso 31: Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
Il verso permette il passaggio, netto e improvviso, a una situazione nuova e imprevista. La forma ed ecco è uno degli stilemi narrativi della Commedia, specialmente in questa fase iniziale, come ha osservato Giovanni Reggio: «Si ripete ben quattordici volte nel poema in questa forma e in principio di verso» (Bosco-Reggio I, 8). L’erta è la salita vera e propria: Dante personaggio sta finalmente per affrontare il percorso decisivo verso la Grazia.
Verso 32: una lonza leggiera e presta molto,
È la prima apparizione del proemio, quella che apre a una breve serie di immagini che potrebbero appartenere a uno dei bestiari medievali, libri che contenevano descrizioni di animali, reali o immaginari, ognuno dei quali stava a significare un vizio o una virtù umana. La lonza è un felino di grandi dimensioni dal pelo maculato, ma non bene identificabile, che dai commentatori è stato di volta in volta definito come una lince, una pantera, un leopardo, un ghepardo. La parola, che etimologicamente proviene da lynx, lince, è simile ai francese antico lonce, ma anche all’italiano antico loncia, animale nato dall’incrocio «da leone con loncia, o vero da leopardo con leonessa», come si legge nel Bestiario toscano (in Studi romani, VIII, 86). È possibile che l’invenzione di Dante sia nata dalla conoscenza diretta di un esemplare di questo felino, che secondo un documento comunale del 1285 era stato esposto» al pubblico in una gabbia presso il Palazzo del Podestà a Firenze. Di quest’idea è lo scrittore argentino J L Borges, che ne parla che ne parla in uno dei suoi racconti (J.L. Borges, Antologia personale, Milano 1965, 119). La bellezza del pelo e la grazia dei movimenti fanno pensare che con la lonza Dante voglia rappresentare allegoricamente la lussuria, che è, solitamente, il primo peccato giovanile e il primo che si incontra nel viaggio infernale della Commedia. Secondo altre interpretazioni, essa rappresenterebbe l’invidia, oppure la frode.
Verso 45: ma non si che…d’un leone
Vista indica l’aspetto del leone così come appare a Dante. Tutte e tre le fiere al limitare della selva vengono presentate con primi piani di grande rapidità, a significare l’imprevista velocità con cui le tentazioni del peccato appaiono a contrastare il proposito di raggiungere la beatitudine della vita contemplativa rappresentata dal colle. Il leone, secondo l’interpretazione più antica e forse più attendibile, è l’emblema allegorico della superbia. Per continuare l’analisi di possibili significati politici del canto proemiale e dei suoi simbolici per-sonaggi, il leone potrebbe rappresentare la Casa di Francia, in particolare Carlo di Valois, che opprimeva il diritto e quindi la giustizia e la libertà.
Verso 49: Ed una lupa…
Sottinteso il verbo «m’apparve». L’immagine della lupa è forse la più efficace, la più riuscita in questo climax di gravi vizi, di gravi impedimenti all’ascesa. L’interpretazione allegorica più adatta sembra essere quella della cupidigia, cioè dell’avidità inestinguibile di ricchezze materiali e di onori terreni. In effetti, questa lupa suggerisce l’idea di un’inquietudine, di una smania insaziabile, che porta alla rovina gli uomini (molte genti è un altro gallicismo). Il vizio dell’avidità è più grave (se si accettano le interpretazioni più antiche già citare per le due fiere precedenti della lussuria e della superbia. La cupidigia è uno dei peccati più di-struttivi per la vita civile, responsabile della corruzione politica e sociale di Firenze e del suo tempo in genere. Infatti, potrebbe rappresentare benissimo la Curia papale di Bonifacio VIII, che aveva appunto come simbolo una lupa e che Dante con ogni probabilità aveva avuto modo di vedere di persona. Quest’idea spiegherebbe anche il motiva per cui l’anima-le allegorico qui compare al femminile, mentre nella tradizione biblica (il trio delle tre fiere allegoriche si incontra nel libro di Geremia), il vizio capitale della cupidigia vede un lupo, e non una lupa, a rappresentarla.
Verso 67: Rispuosemi: «Non omo…
Parenti è un latinismo, mentre lombardi erano normalmente nel Medioevo tutti gli abitanti dell’Italia settentrionale, chiamata appunto Lombardia (Bruni 1991,11-41). L’esordio di Virgilio, che continua con lo stesso tono fino al v. 75, è fitto di indicazioni sulla sua vita e sulle sue opere, quasi una breve biografia, ma senza che il poeta latino si nomini mai direttamente. Sarà il personaggio Dante a farne il nome, in modo da rivelare così la propria cultura e la propria reverenza nei suoi confronti. Virgilio nella Commedia ricopre un ruolo molto importante. Egli è la Ragione senza la fede, senza la Grazia divina, quindi non porrà procedere oltre i primi due regni oltremondani.
Verso 70 :Nacqui sub…
L’allusione agli dei del paganesimo (falsi e bugiardi) è una prima spia del carattere del personaggio Virgilio, così come Dante autore lo ha creato: umanamente animato da religiosità e rettitudine, soffre profondamente per non essere stato raggiunto dalla parola di Cristo, dato che morì prima che il Figlio di Dio fosse mandato sulla terra. Per questo aspetto di Virgilio, Dante è influenzato dall’aura da cui questo autore era circonfuso nel Medioevo: considerato un sapiente e non solo un poeta, addirittura un mago o un indovino, fu sempre letto con ammirazione per le sue qualità non solo letterarie ma anche morali, contrariamente ad altri pur grandi autori dell’età classica. In particolare, i commentatori medievali contemporanei dl Dante vedevano in Virgilio un precursore dello spirito cristiano. È ben nota inoltre l’interpretazione dell’Ecloga IV come un vaticinio della venuta di Cristo. Il fatto poi che Virgilio sia il poeta della massima gloria dell’Impero romano è altrettanto importante per il tessuto politico della Commedia, dato che nel suo principale poema la guida di Dante celebra la grandezza di Roma capitale del mondo.
Verso 79: Or se’ tu …
La domanda di Dante è retorica: ha già ben capito chi ha di fronte. Tuttavia la forma in-terrogativa esprime io stupore per l’incontro e la profonda ammirazione per il poeta dell’an-tichità, testimoniata anche dalla vergognosa fronte, chinata davanti al maestro. Dal punto di vista allegorico, il peccatore Dante si sottomette in questo modo alla Ragione, di cui ha estrema necessità.
Verso 85: Tu se’ lo mio maestro …
Da notare come la solennità del discorso celebrativo nei confronti di Virgilio sia sottolineata dall’anafora ai vv. 85-86 (tu se’). Autore è un latinismo: nel Convivio, Dante stesso spiega che «autore» è definibile chi possiede sicura veridicità e diventa per questo modello da imitare, persona degna di essere creduta e obbedita (IV, VI 5). Il bello stilo è il più alto dei tre teorizzati da Dante nel De Vulgari Eloquentia, cioè quello tragico, proprio dell’epica e della poesia di contenuto elevato, per esempio la lirica di contenuto morale praticata da Dante stesso. Ricordiamo che gli altri livelli stilistici discussi nel trattato linguistico sono quella comico, lo stile medio che dà il nome anche alla Commedia, e quello elegiaco, cioè basso, umile. La scelta di Virgilio come guida di Dante si può quindi ricondurre a queste ragioni principali: innanzitutto la grande ammirazione per la sua arte poetica; il suo essere il «poeta dell’impero» di Roma; la sua fama di grande dotto, che la rende adatto a simboleg-giare la ragione umana nelle sue più alte realizzazioni morali, anche se priva della luce illuminante della Grazia.
Verso 105
Veltro: letteralmente «cane da caccia». Si tratta della prima profezia della Commedia, e dell’unica profezia vera e propria, cioè non post eventum come le altre che si incontreranno. Nella sua violenta requisitoria contro la corruzione morale e politica del suo tempo, Dante profetizza che un uomo riuscirà a distruggerne la fonte, cioè la cupidigia, e ad annullarne la nefasta azione sulla vita degli uomini. Ma, trattandosi appunto di una profezia, Dante usa volutamente un linguaggio sibillino, oscuro, per ricalcare quello degli oracoli: il fascino dei versi sta proprio in questo linguaggio chiuso e indecifrabile, al di là dell’individuazione del Veltro in un personaggio storico ben definito. Le interpretazioni arrischiate, comunque, sono numerose: un papa, Benedetto XI, un imperatore, Arrigo VII, la Spirito Santo, Cristo, Dante stesso, il condottiero Uguccione della Faggiola e il Signore di Verona e vicario imperiale Cangrande della Scala. Basandosi sul significato di feltro del v. 105, che sta per “stoffa dozzinale, di bassa qualità”, alcuni commentatori, tra cui Boccaccio, hanno pensato che Dante volesse nascondere dietro il veltro un francescano, o un pontefice che provenisse da quell’Ordine, o genericamente qualcuno che ne seguisse la regola della povertà, esaltando la sua importanza sociale contrapposta all’avidità corruttrice. Secondo altri, feltro è da in-tendersi in senso geografico, quindi con un significato di questo tipo: “tra Feltre nel Veneto e Montefeltro in Romagna”. Infine, si può ricordare una delle interpretazioni più recenti, che considera i “feltri” come i panni di stoffa con i quali si rivestivano le urne per l’elezione di alti magistrati, o addirittura di imperatori, uno dei quali sarebbe appunto il Veltro dantesco.

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