Canto IX

Cunizza da Romano e Sordello da Goito in una miniatura del XV sec ...

Cunizza da Romano e Sordello da Goito in una miniatura del XV secolo

La lettura del canto

Cunizza da Romano

da M. SANTAGATA, IL RACCONTO DELLA COMMEDIA. Guida al poema di Dante, Mondadori  2013

L’anima di Carlo Martello si era appena rivolta verso Dio quando un’altra si avvicinò a Dante: il suo splendore era un chiaro segno che desiderava compiacerlo. Ricevuto l’assenso dagli occhi di Beatrice, Dante le disse che lei sicuramente conosceva ciò che lui desiderava sapere senza che dovesse manifestarglielo; al che lo spirito passò dal canto alla parola e dalla profondità della luce che l’avvolgeva cominciò a presentarsi.
«Nella regione compresa tra Venezia e i monti del Trentino e del Cadore, dai quali hanno origine i fiumi Brenta e Piave, si innalza un piccolo colle (Romano): proprio da quel colle discese la torcia che incendiò devastandola la contrada circostante.»
La torcia è Ezzelino III da Romano (1194-1259), signore ghibellino della Marca Trevigiana, collocato fra i tiranni immersi nel sangue bollente del Flegetonte nel canto 12 dell’Inferno.
«Io fui sorella di Ezzelino, il mio nome era Cunizza; mi vedi risplendere in questo cielo perché soggiacqui all’influsso amoroso di Venere. Potrà apparire incomprensibile al volgo, ma di essere stata soggetta a Venere non mi rammarico, anzi, perdono a me stessa quell’inclinazione ad amare grazie alla quale sono beata in questo cielo.»
Cunizza da Romano (nata verso la fine del XII secolo e morta dopo il 1279), stando alle cronache, alle quali Dante mostra di prestare fede, ebbe una intensa e disordinata vita sentimentale: nel 1222 sposò il signore di Verona Rizzardo di San Bonifacio; venne poi rapita, su disposizione del fratello Ezzelino, da Sordello da Goito (incontrato da Dante nel canto 6 del Purgatorio), con il quale si diceva avesse allacciato una relazione sentimentale; in seguito, si sarebbe legata a un facoltoso giudice di Treviso, tale Enrico da Bonio. Dopo l’assassinio di questi, si sarebbe sposata una seconda volta con il vicentino Naimerio dei Breganze e una terza ancora con un veronese. È certo che dopo la rovina dei fratelli da Romano (Ezzelino muore nel 1250, Alberico è trucidato con tutta la famiglia l’anno successivo) Cunizza si trasferì in Toscana: è attestata la sua presenza a Firenze, in casa di Cavalcante Cavalcanti, padre del poeta Guido, nel 1265 e nel castello degli Alberti di Cerbaia in Val Bisenzio nel 1279.
Poi, indicando un’anima a lei vicina (quella di Folchetto di Marsiglia, che prenderà la parola nella seconda parte del canto), proseguì dicendo: «Di questa gemma splendente sulla Terra è rimasta una fama così grande che fra cinquecento anni si parlerà ancora di lei: ma ci vogliono azioni eccellenti perché con la fama si possa sopravvivere alla morte. Eppure, il popolo che vive nella regione fra Tagliamento e Adige (Marca Trevigiana) a comportarsi con virtù e valore non ci pensa proprio, e per quanto sia colpito da castighi, nemmeno si pente; ma ben presto accadrà che Padova tingerà di sangue l’acqua della palude che bagna Vicenza, e ciò perché il suo popolo è restio al proprio dovere; e dove i fiumi Sile e Cagnano confluiscono (a Treviso) signoreggia e va a testa alta uno per il quale si sta già tessendo la rete che lo intrappolerà. Anche Feltre piangerà il tradimento del suo empio vescovo, tradimento così turpe che nessuno fu mai rinchiuso in una prigione per quanto orribile per un reato più grande di questo. Troppo ampia dovrebbe essere la botte capace di accogliere tutto quel sangue ferrarese, e si stancherebbe chi volesse pesarlo oncia a oncia, di cui farà dono questo prete munifico per attestare la sua fedeltà di partito; del resto, siffatti doni saranno conformi ai costumi degli abitanti di questa regione. Queste mie profezie sono giuste e veritiere in quanto ispirate da Dio attraverso l’ordine angelico dei Troni».
Cunizza profetizza tre eventi: Cangrande della Scala nel dicembre 1314 infliggerà una grave sconfitta negli acquitrini presso a Vicenza ai padovani, rei di non riconoscere il suo ruolo di Vicario imperiale; il signore di Treviso Rizzardo da Camino (figlio di quel Gherardo di cui si parla nel canto 16 del Purgatorio) nel 1312 sarà ucciso in una congiura; nel 1314 il guelfo Alessandro Novello di Treviso, vescovo di Feltre, riconsegnerà tre fuorusciti ghibellini di Ferrara, ai quali aveva dato asilo, a Pinuccio della Tosa, vicario di Roberto d’Angiò in quella città, che li farà decapitare.
Cunizza si tacque, e rientrò nel cerchio delle anime rotanti. L’altra anima beata, che già era stata presentata a Dante come gemma preziosa, scintillava come un purissimo rubino colpito dal sole.

«Deh, metti al mio voler tosto compenso,
beato spirto», dissi, «e fammi prova
21 ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».

Onde la luce che m’era ancor nova,
del suo profondo, ond’ ella pria cantava,
24 seguette come a cui di ben far giova:

«In quella parte de la terra prava
italica che siede tra Rïalto
27 e le fontane di Brenta e di Piava,

si leva un colle, e non surge molt’ alto,
là onde scese già una facella
30 che fece a la contrada un grande assalto.

D’una radice nacqui e io ed ella:
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
33 perché mi vinse il lume d’esta stella;

ma lietamente a me medesma indulgo
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
36 che parria forse forte al vostro vulgo.

Di questa luculenta e cara gioia
del nostro cielo che più m’è propinqua,
39 grande fama rimase; e pria che moia,

questo centesimo anno ancor s’incinqua:
vedi se far si dee l’omo eccellente,
42 sì ch’altra vita la prima relinqua.

E ciò non pensa la turba presente
che Tagliamento e Adice richiude,
45 né per esser battuta ancor si pente;

ma tosto fia che Padova al palude
cangerà l’acqua che Vincenza bagna,
48 per essere al dover le genti crude;

e dove Sile e Cagnan s’accompagna,
tal signoreggia e va con la testa alta,
51 che già per lui carpir si fa la ragna.

Piangerà Feltro ancora la difalta
de l’empio suo pastor, che sarà sconcia
54 sì, che per simil non s’entrò in malta.

Troppo sarebbe larga la bigoncia
che ricevesse il sangue ferrarese,
57 e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,

che donerà questo prete cortese
per mostrarsi di parte; e cotai doni
60 conformi fieno al viver del paese.

Sù sono specchi, voi dicete Troni,
onde refulge a noi Dio giudicante;
63 sì che questi parlar ne paion buoni».

Qui si tacette; e fecemi sembiante
che fosse ad altro volta, per la rota
66 in che si mise com’ era davante.

LA PARAFRASI DEI VERSI: CLICCA QUI.

I luoghi di Cunizza ed Ezzelino

Veneto e Commedia di Dante. Introduzione | BATTAGLIATERMESTORIA

Il commento di Teodolinda Barolini (in lingua inglese). CLICCA QUI.

In the Third Heaven, the Sphere of Venus, Dante speaks with Cunizza, who delivers an ominous and bloody prophecy about the murder of despots, and Charles Martel.

Bianca Garavelli, Cunizza da Romano

Cunizza da Romano è l’ultimo personaggio femminile che Dante incontra, e con cui dialoga, nel suo viaggio nell’aldilà. Dato che nulla avviene a caso nella Divina Commedia, e ogni dettaglio, ogni fatto, ogni anima, hanno una precisa posizione per una precisa finalità, dobbiamo pensare che questo sia un incontro importante, con un dialogo a cui l’autore affida contenuti non trascurabili, su cui vuole che concentriamo la nostra attenzione. Iniziamo a scoprire perché, già leggendo la solenne descrizione del luogo da cui Cunizza proviene, costruita dando risalto ai confini naturali rappresentati dai fiumi (il Brenta e il Piave, che segnano i limiti occidentali del territorio di Treviso, allora noto come Marca Trevigiana), come sempre quando Dante vuole sottolineare l’importanza e la nobiltà morale del personaggio che parla. Ma in questo caso, tuttavia, la presenza di Cunizza nel gruppo di anime beate la cui vita è stata segnata dalla propensione all’amore si intreccia con l’evocazione di un altro personaggio di rilievo, che però non è affatto positivo, né “amoroso”. Infatti non si trova in Paradiso, e anzi è stato già mostrato dal poeta durante il suo viaggio all’Inferno, fra i tiranni violenti immersi nel sangue ribollente del fiume Flegetonte, che si sono dannati macchiandosi di mostruose atrocità. Per queste ragioni, Cunizza mette al centro dell’affresco geo-politico con cui introduce se stessa proprio Ezzelino, definendolo un “fuoco incendiario”, una sorta di innesco per disastri e violenze a catena, che solo la fine a sua volta violenta riuscì a fermare. Introduce così nel discorso un tema drammatico, la divisione politica d’Italia, che attraversa l’intera Commedia.

Federico Faruffini (1831-1869), Sordello e Cunizza (1864), Pinacoteca di Brera, Milano

CESARE SEGRE, VISTI DA LEI: CUNIZZA DA ROMANO & SORDELLO DA GOITO, “CORRIERE DELLA SERA”, 12 AGOSTO 2003

 «Non sono una santa. Ma ti aspetto in Paradiso»

Essere qui in Paradiso, e nientemeno che nel cielo di Venere (simile a scintilla nella luce diffusa del pianeta), continua a sbalordirmi. Mi ci ha messa quello spiritoso di Dante Alighieri; e a volte mi vien proprio da ridere. Ho dato scandalo per tutta la vita, con una serie di matrimoni improbabili e convivendo a lungo con un tipo già sposato, il cavalier Bonio di Treviso, col quale ho girato per tutto l’ impero d’ Oriente, l’Ungheria, la Russia. Va bene, due dei miei sposalizi, quelli con Rizzardo di San Bonifacio e con Naimerio di Breganze, furono combinati da quel tipaccio di mio fratello Ezzelino per motivi politici. Comunque, la loro breve durata e la veloce alternanza con altri amorazzi potevano scandalizzare, e di fatto scandalizzarono. Però quello che mi ha dato la fama di scostumata è stato il rapimento da parte del trovatore Sordello da Goito. Sordello, allora al servizio di mio marito Rizzardo a Verona, non fece che eseguire gli ordini dei miei fratelli, soprattutto di Ezzelino – che voleva rompere con Rizzardo – e mi depositò infatti nella loro casa, a Treviso; ma la voce che poi io sia stata, per anni, sua amante, continua a circolare. Non me ne lamento, anzi. Perché, le dirò, Sordello mi piaceva, e ho anche cercato di sedurlo. Io apprezzavo Sordello come trovatore, uno dei molti che frequentavano la nostra corte, rallegrandoci le serate: erano quasi tutti esuli dalla Provenza. Ci avevano divertito i suoi scambi d’ insulti in versi con i compari: lui vi appariva giocatore di scacchi, sfruttatore ed usuraio. Ma sapevo che si trattava di scherzi poetici. Di canzoni d’ amore ne aveva scritte ancora poche, allora; però Sordello cantava benissimo quelle di altri. Mi vanto di aver previsto il suo futuro successo di poeta e di cantante. Ero affascinata dalle fantasticherie dell’ amor cortese, e le avrei volentieri applicate a modo mio, andando a letto con lui. Una notte dopo il rapimento scivolai, vestita succintamente, nella sua camera, e mi sdraiai al suo fianco; ma Sordello si affrettò a riaccompagnarmi nella mia stanza, facendomi un predicozzo degno dell’Insegnamento d’ onore che poi avrebbe scritto. Capisco bene la fifa che mio fratello Ezzelino gl’incuteva (come a tutti, del resto: era un uomo terribile); ma credo che Sordello abbia anche voluto tenere l’ atteggiamento che riteneva più consono a un vero aristocratico. Però voglio dirle tutta la verità. Può anche darsi che, semplicemente, io non piacessi a Sordello. Non ero brutta come il povero Ezzelino, che qualcuno descrisse «di rustica persona, faccia orribile e pelosa», con un ciuffo di peli pure fra gli occhi; ma bella non lo ero di certo, anche se riuscivo a fare una discreta figura con vesti sontuose, belletti e profumi. Ma via, Dante mi ha ficcata proprio nel cielo della dea della bellezza, e mi pare quasi una presa in giro. Dante, del resto, nel fare di me una santarella non era proprio disinteressato. Invece di descrivermi desolata per la morte tragica di Ezzelino, sconfitto in battaglia, e dell’ altro mio fratello Alberico, massacrato con tutta la famiglia, mi fa pronunciare una profezia sinistra, in cui il sangue dei Padovani e dei Ferraresi scorre a litri. Capisco che Dante dovesse sviluppare un suo discorso politico generale, ma mi ha trasformata quasi in una iettatrice. Altre donne, specialmente dell’ aristocrazia, ebbero ai miei tempi un’ esistenza movimentata come la mia, e collezionarono matrimoni, giustificandosi di solito con opportunità dinastiche. Io mi sono infischiata del giudizio degli altri, e ho sempre cercato di prendere quel poco che la vita offriva di buono, in particolare a una donna. Soprattutto delle peregrinazioni in Oriente non ho da lamentarmi; a differenza del mio compagno Bonio, che dopo il ritorno fu trucidato non si sa da chi (Che c’ entrasse il caro Ezzelino?). So, come sanno tutti gli amatori di poesia, che anche Sordello ha viaggiato molto, dopo il mio rapimento. Fuggito da Treviso, dove i San Bonifacio gliel’ avevano giurata, è stato molti anni in Spagna, nel Poitou, in Provenza, nel Napoletano. Ma, a differenza di me, aveva un piano preciso: quello di realizzare il suo sogno nobiliare. E ci riuscì. Già alla corte di Raimondo Berengario di Provenza venne armato cavaliere e nominato «familiare» del principe. Fu tra i pochi trovatori che lasciarono qualche traccia scritta di sé, firmando documenti come testimone. Mi diverte che abbia anche sottoscritto gli atti del divorzio tra Raimondo di Tolosa e Sancia d’ Aragona: dopo avermi strappata al mio primo marito, si doveva sentire specialista in divorzi. Fu però Carlo d’ Angiò a portarlo al culmine della sua scalata sociale, dandogli dei feudi redditizi in Piemonte, a La Morra, e in Abruzzo. Godeva di una tale considerazione che quando, per un peccatuccio da nulla, fu imprigionato a Novara nel 1266, si mosse per farlo scarcerare nientemeno che il papa Clemente IV. Insomma, sapeva farsi valere, senza lasciar trasparire la sua ambizione. Lei si domanderà perché continuo a parlare di Sordello. Potrei dirle che i più grandi amori sono quelli che non abbiamo avuti. Ma ecco, è sempre quel brav’ uomo di Dante che mi condiziona. Perché se a me mi ha messa in Paradiso, Sordello, al livello meno sublime ma più divertente del Purgatorio, lo promuove regista e illustratore di ben tre canti. È lui che, con disinvoltura, presenta a Dante i frequentatori della «valletta dei principi». Pare che si creda un principe anche lui. Come per me, anche per Sordello mi pare che Dante abbia esagerato. Alla fin fine, è vero che la sua canzone per la morte del signore provenzale Blacatz è fiera e coraggiosa: Sordello richiama ai loro doveri, senza riguardi o timidezze, un bel numero di potenti signori contemporanei. Ma che fosse proprio uno dei migliori poeti del tempo, mi sembra eccessivo. Purtroppo non sono in grado di leggere il trattato sull’ eloquenza che Dante ha scritto in latino. Ma, mi dicono, le motivazioni che farebbero di Sordello un esempio da additare a tutti i poeti sono oscure. Ad ogni modo, quando Dante lo definisce «anima altera e disdegnosa», s’ inventa un uomo diverso da quello che fu. Lo so bene io, che ho potuto misurare il suo arrivismo. Comunque, il soggiorno in Purgatorio è a tempo. Quando uno ha purgato le sue colpe, è assunto nel cielo dei beati. E mi domando in quale cielo lo sistemerebbe Dante, quando lui arriverà in Paradiso. So che non c’ è un cielo dei poeti: del resto Dante non è generoso verso i suoi colleghi, che mette per lo più all’ Inferno, qualcuno in Purgatorio. In Paradiso c’ è già, è vero, Folchetto di Marsiglia, che mi è vicino nel cielo di Venere. Dante però non lo ha premiato per le sue poesie, ma come vescovo impegnato (anche troppo) nella guerra contro gli eretici di Albi. Forse metterebbe Sordello nel cielo di Mercurio, cioè degli spiriti «che sono stati attivi perché onore e fama gli succeda»: definizione che va bene anche per gli ambiziosi. In questo caso avrei la soddisfazione di essere, finalmente, al di sopra di lui. Ma, come lei sa, l’ esibizione dei beati nei cieli sovrapposti è solo un «sons et lumières» didascalico: perché noi beati in verità stiamo tutti insieme, nell’Empireo, e qui potrò incontrare di nuovo Sordello. Non posso illudermi di riannodare la nostra avventura, magari con un esito più eccitante, dato che saremo compagni solo per il godimento spirituale che qui è elargito, e che durerà, noiosamente, in eterno. Quasi quasi invidio Paolo e Francesca. Sono all’ Inferno, è vero, ma continuano a correre qua e là, travolti dalla bufera infernale, possono guardarsi, parlarsi, forse toccarsi. Sordello ed io, invece, privi di qualunque corporeità anche fittizia, dopo la sua ultima promozione, quella a beato, saremo puri spiriti in adorazione di Dio.

IL PROTAGONISTA Dongiovanni nella vita, moralista in poesia Sordello nasce a Goito (Mantova) alla fine del XIII secolo; è un trovatore e scrive in lingua d’ oc; di lui ci restano 42 tra canzoni, sirventesi, tenzoni, il Compianto in morte di Blacatz e il poemetto didascalico Insegnamento d’ onore, massime di vita sull’amore e le virtù «cortesi». Giocatore e spavaldo Dongiovanni, Sordello vive presso varie corti, tra Este e Verona; nel 1226, su incarico di Ezzelino da Romano, ne rapisce la sorella Cunizza al marito Rizzardo di San Bonifacio. Sposa in segreto Otta di Strasso; per evitare la vendetta dei familiari fugge in Spagna e in Provenza dove canta Guida di Rodez. Torna in Italia nel 1265, con la spedizione di Carlo d’ Angiò, che gli concede diversi feudi negli Abruzzi. Muore attorno al 1269. Dante lo incontra nel «Purgatorio» (Canti VI-VIII): dopo l’ abbraccio con Virgilio e la famosa invettiva di Dante «Ahi serva Italia, di dolore ostello», Sordello mostra la valle dei «Principi negligenti». C’è persino un sito dedicato a lui: www.sordello.it

Cunizza da Romano

Giovanni di Paolo (1400?-1482?), Cunizza da Romano

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