Il cenno fatale di monna Bice

Beatrice e l’amore con Dante Alighieri: il primo incontro da bambini e la folgorazione all’età di 18 anni quando entrambi erano già sposati per effetto di nozze combinate La morte prematura di lei e la definitiva ispirazione del poeta

Paolo Di Stefano, “Corriere della Sera”, 29 agosto 2018

Non c’è da augurare a nessuna giovane donna di diventare musa di un grande poeta, perché la fama eterna consegnata alle rime troppo spesso ha i suoi risvolti di autentica iella: la tanto gentile e onesta Beatrice morì poco più che ventenne; la nobildonna francese Laura de Noves, che fu il tormento di Petrarca, non arrivò ai quaranta; la povera figlia del cocchiere, Teresa Fattorini, diventata Silvia nella famosa canzone leopardiana, fu vittima della tisi a soli 21 anni…
Qualcuno ha pensato che si trattasse del frutto di una fantasia fin troppo poetica. Invece una vita, pur breve, Beatrice Portinari l’ha vissuta davvero. Chi era? Nel suo romanzo giovanile, la Vita nuova, Dante Alighieri ne indica (occultamente) l’anno di nascita, 1266: il primo folgorante incontro tra i due avviene quando lei ha otto anni e quattro mesi e Dante, nato tra il 21 maggio e il 21 giugno 1265, ne compie nove. Siamo dunque nella primavera del 1274, mentre il secondo incontro avverrà allo scoccare dei diciott’anni: è di fronte al saluto e alla conseguente visione estatica che Dante cade nel deliquio e forse nello stato convulsivo tipico di un epilettico prima di addormentarsi e avere la premonizione, in sogno, della dipartita dell’amata.
Con un contorto giro mentale, fatto di complicate combinazioni numeriche centrate sul 9 e di allusioni allegorico-spirituali, il poeta specifica la data e quasi l’ora esatta della morte: un’ora dopo il tramonto dell’8 giugno 1290. Fu un evento di certo doloroso per Dante, il quale lo enfatizzò al punto da scrivere che quella morte precipitò nel lutto l’intera città di Firenze. Fatto sta che Beatrice defunta diventerà, per il poeta, l’ombelico del mondo (non solo poetico) e soprattutto dell’altro mondo.
La testimonianza più attendibile su «monna Bice» si deve a Giovanni Boccaccio, che la definisce «figliola di un valente uomo chiamato Folco Portinari, antico cittadino di Firenze» e «moglie d’un cavaliere de’ Bardi, chiamato messer Simone». La conferma di tali informazioni è arrivata dal ritrovamento del testamento di Folco, datato 15 gennaio 1288, dove si assegnavano 50 fiorini alla figlia Bice, sposata, appunto, con messer Simone dei Bardi.
Famiglia di ragguardevole sostanza, proveniente dalla Romagna e dedita al commercio e alla finanza, i Portinari risiedevano nello stesso sestiere degli Alighieri ed erano, come loro, politicamente affiliati ai Cerchi, futuri Neri. Alla generosità di Folco, morto il 31 dicembre 1289, fa riferimento Dante nella Vita nuova, alludendo al suo impegno nella fondazione dell’ospedale Santa Maria Nuova, la maggiore istituzione assistenziale fiorentina. Nello stesso libro, il fratello di Beatrice, Manetto, viene definito il secondo tra i suoi amici dopo Guido (Cavalcanti).
Al pari della futura Laura petrarchesca (maritata con un marchese), anche Beatrice era dunque sposata, così come Dante: ma il legame matrimoniale non impediva all’uno di amare l’altra e di essere (probabilmente) ricambiato. Condizione opposta rispetto a quella sofferta dai poveri Paolo e Francesca, gli adulteri che lo stesso Dante condanna all’Inferno tra i lussuriosi.
Ed era sposata bene, Beatrice: perché i Bardi erano una famiglia ben più illustre dei Portinari (e ovviamente degli Alighieri), essendo titolari di una delle maggiori compagnie bancarie del tempo (commissionarono a Giotto gli affreschi della cappella di famiglia in Santa Croce).
«Insomma — scrive Marco Santagata nella sua biografia dantesca — sposando il cavaliere Simone dei Bardi, Beatrice è entrata a far parte della più aristocratica élite di Firenze».
Ben altro prestigio rispetto al mediocre casato degli Alighieri che negli anni avrebbe espresso un solo priore (lo stesso Dante nel 1300), mentre Simone ricopriva alte cariche pubbliche ed era capitano del popolo a Prato già nell’anno in cui Beatrice morì forse per parto (il primo).
Neppure al poeta, per la verità, mancò l’occasione di accasarsi adeguatamente: era ancora bambino, Dante, quando la famiglia cominciò a cercargli un buon partito. E lo trovò ben presto nella ragazzina Gemma, coetanea di Dante, della potente famiglia dei Donati: un altro matrimonio combinato per ragioni politiche ed economiche sin dal 9 febbraio 1277, data in cui davanti al notaio si fissa l’ammontare della dote della promessa sposa, allora dodicenne come il futuro marito.
Un matrimonio felice? Boccaccio lo esclude: secondo lui, gli Alighieri avevano convinto il rampollo a sposarsi per consolarsi della morte di Beatrice. Ma è falso, visto che le nozze si celebrarono molto prima, tra il 1283 e il 1285. E fecero comunque un grande sbaglio, aggiunge quella malalingua di ser Giovanni. I contrasti tra i coniugi certo non mancarono, ed è vero che dopo l’esilio i due non si sarebbero più incontrati.
Del resto, il Divin Poeta era già divino e aveva in testa soltanto la «donna graziosa» che lo avrebbe guidato nelle sfere celesti.

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