Canto X

Filippo Villani [1350 circa-1405], Vite d’uomini illustri: “Farinata fu […] di statura grande, faccia virile, membra forti, continenza grave, eleganza soldatesca, parlare civile, di consiglio sagacissimo,  audace, pronto e industrioso in fatto d’armi”. 

Gli eventi storici: la battaglia di Montaperti. Dalla rivista “Medioevo”,  settembre 2010

Un fatto indiscutibile è che col Canto X dell’Inferno nella letteratura italiana entra da protagonista la città, che è quanto dire la storia e la politica. Non per niente Eric Auerbach si fermò su questo canto dove vide «una condensazione d’ avvenimenti» senza precedenti e un vero trionfo del realismo. Vi entriamo per la prima volta. Abbiamo attraversato selve fitte di simboli e allegorie, fiumi e paludi con demoni mitologici, abbiamo incontrato personaggi del romanzo sentimentale e della cronaca paesana, ci siamo riposati sul prato del «nobile castello» dei savi antichi, abbiamo sentito sibilare la bufera delle passioni colpevoli in un luogo «d’ ogni luce muto». Ma ora la scena si rischiara: vediamo finalmente una vera città. Nella città straniera che fa da scenario, persone diverse sono unite dal nome della città lontana. Unite ma anche subito divise: da passioni politiche, interessi di famiglia, ricordi del passato, incertezze del futuro. L’incertezza riguarda Dante, non Farinata. Dante come personaggio non sa del suo futuro di esule; ma Dante che scrive sa – solo ora – che l’arte del ritornare sarà per lui ardua come lo era stata per i seguaci di Farinata. Non ci facciamo sfuggire questo piccolo indizio sui tempi della composizione della Commedia, di cui sappiamo così poco. Risulta da qui che questo canto fu scritto certamente dopo il 20 luglio 1304, data della sconfitta dei Bianchi alla battaglia della Lastra (cinquanta plenilunii, cioè quattro anni e due mesi dopo la primavera del 1300). Ma l’ autore di questo canto non è più lo stesso uomo che ha scritto i canti precedenti: si ricorderà che nel canto VI Dante si era fatto profetizzare da Ciacco solo gli avvenimenti fiorentini fino alla cacciata dei Bianchi da Firenze nel 1302; non si era parlato di esilio. Ora che l’esilio è diventato piena e definitiva realtà, Dante muta tono, progetto e pubblico. Non è più un fiorentino che moraleggia rivolgendosi ai concittadini. È un esule, parla all’Italia, alla Chiesa e al mondo da un aldilà dotato di una robusta coerenza architettonica dove si muove come detentore di una sapienza che si vuole immensamente superiore alle contingenze cittadine ma che pur gli serve per dominare dall’alto la sua ingrata città più e meglio di quanto abbia fatto il grande Farinata. Chi legge oggi questi versi, deve sapere che era cominciato da tempo e si stava perfezionando allora nella storia italiana il lungo cammino di un esperimento micidiale, quello della criminalizzazione del dissenso. È una storia appassionante. Come ha dimostrato in un libro recente un medievista di valore (Giuliano Milani, L’esclusione dal Comune), i comuni cittadini nella lotta contro le «parti» aristocratiche in conflitto generalizzarono il ricorso a forme di esclusione che colpirono i beni e le forme di partecipazione alla vita sociale. I dissidenti furono considerati un pericolo all’unità del corpo sociale. Classificati come eretici dalle supreme autorità europee del Medioevo, il papa (Innocenzo IV) e l’imperatore (Federico II), le autorità dei comuni dovevano perseguirli come criminali politici. In questo i fatti fiorentini e italiani ci appaiono alla distanza come uno smottamento iniziale, il cominciamento embrionale di una valanga che ha devastato lungamente le forme del confronto politico. Ancor oggi, in un’ Italia che è stata la patria delle lotte di partito e dove le parti interne hanno sempre cercato appoggio e legittimità in grandi forze esterne, il «diritto di spoglio» esercitato senza limiti dalla parte vincente va di pari passo col ricorrente tentativo di togliere legittimità politica alla parte sconfitta ricacciandola tra i nemici giurati della convivenza civile. Per questo vale la pena di contemplare attraverso la Divina Commedia lo spettacolo dell’esclusione come allo stato nascente. Qui chi vince esercita un diritto di spoglio radicale. Non solo confisca i beni dei vinti ma toglie loro tutto ciò che rende possibile la vita: famiglia, casa, contesto e orizzonte quotidiani. Espulsi, condannati a essere uccisi se rientrano, i vinti sono puniti con la cancellazione dell’ esistenza civile. Anche le loro case sono rase al suolo. Chi passeggia oggi a Firenze in Piazza della Signoria cammina in realtà sulle antiche case degli Uberti che furono allora demolite. Come per il morto, per colui che è vinto vale l’ amaro passo biblico: il suo luogo più non lo riconosce. Condannato a una vita sospesa e alienata, il vinto perde d’un colpo la rete dei legami che rendono la sua vita quella che è e sperimenta quel dolore speciale che secoli dopo ebbe il nome di nostalgia. Lacerazione senza fine dolorosa, l’esilio doveva trovare nella poesia di Dante l’ indimenticabile suono di un verso spezzato come da un singhiozzo: «Tu lascerai ogni cosa diletta / più caramente; e questo è quello strale/ che l’ arco dello essilio pria saetta» (Paradiso, Canto XVII, 55-56). Tutto questo mondo prende corpo in Farinata, eretico e sconfitto, condannato nella città dei vivi come in quella dei morti. Una fondamentale giustizia poetica doveva fare di lui un eroe in tempi di amore romantico per i ribelli e per i vinti.

Adriano Prosperi, “Corriere della Sera”, 8 giugno 2004

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