I personaggi

Dai Dudu, Li Tiezi e Zhang An, “Discutendo la Divina Commedia con Dante“

I personaggi della Commedia esistono in quanto entrano in rapporto con Dante, e questo dipende dal fatto che la Commedia ha esattamente lo stesso statuto narrativo del diario o dell’autobiografia. Chi vede, chi riflette, chi fa esperienza delle cose è solo Dante. Nella Commedia non accade mai che si dica, come nella tragedia o nell’epica o nel romanzo, «Intanto…», e che si passi a narrare di ciò che contemporaneamente, su un’altra scena, sta avvenendo. Non c’è altro luogo, se non nel ricordo delle anime. Non c’è un tempo parallelo nel quale possa aver luogo un’azione parallela. E non c’è un’altra coscienza giudicante. Dante riferisce solo quello che ha visto o provato personalmente o ha appreso dalle sue guide e dalle anime che incontra e con cui parla. I personaggi della Commedia ci vengono presentati in uno dei seguenti modi:
(1) Dante li vede e ha un dialogo con loro: il caso di Francesca nel quinto dell’Inferno;
(2) Dante li vede e li riconosce o ne apprende i nomi da Virgilio o da Beatrice o da altri personaggi che glieli mostrano a dito, ma non ha un dialogo con loro. La forma elementare di questo riconoscimento è il catalogo, come in Inf. V 52-67;
(3) Dante li cita nel discorso che rivolge al lettore o ad altri personaggi, come in Inf. VI 79-82: «Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni, / Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca / … / dimmi ove sono»;
(4) i personaggi coi quali Dante dialoga citano il nome di altri personaggi che non compaiono sulla scena; in Inf. XXIII 136-44, per esempio, Dante apprende da frate Alberigo che tra i traditori dannati c’è anche Branca Doria.
E poi ci sono figure chiaramente simboliche, non iscrivibili all’anagrafe: Caronte, i centauri, Gerione. Più che dei personaggi, sono delle funzioni: uno traghetta le anime, l’altro sorveglia le anime dei violenti immerse nel Flegetonte, l’altro trasporta Dante e Virgilio in Malebolge. A parte queste figure simboliche, tutti i personaggi del poema sono, come ho ricordato, personaggi storici.
Quello della Commedia non è un realismo di tipi, un realismo fatto cioè di eventi e personaggi immaginari ma verisimili. È un realismo per così dire documentario. Questo ovviamente non è un limite che riguardi soltanto Dante. L’unico modo che gli scrittori medievali hanno per rappresentare la realtà non è quello di inventare un mondo plausibile, come fanno i romanzieri moderni, bensì quello di parlare della realtà effettuale che hanno intorno, del mondo esattamente come è. La vita delle persone normali non è molto interessante per loro, salvo che questa vita non possa trasformarsi (e abbassarsi) in una storia esemplare o buffa. La conseguenza è che gli unici personaggi trattati realisticamente nella narrativa medievale sono i personaggi reali: e cioè se stessi, negli scritti autobiografici, nelle lettere; o i personaggi della storia recente, per esempio nelle cronache, nei memoriali o, appunto, nella Commedia, dove questi personaggi vengono visti però nella straordinaria situazione della ‘vita dopo la morte’.
[…]
Nell’oltretomba, i personaggi che Dante incontra, ormai sciolti dalla funzione che hanno ricoperto in vita, ormai
‘passati in giudicato’, parlano delle cose che sono state e sono importanti per loro, dicono tutta la verità, e solo quella. Dato che questa è l’unica occasione che hanno per parlare, le loro battute mirano all’essenziale, come gli epitaffi sulle lapidi (e di fatto alcune battute di dialogo sono, in pratica, degli epitaffi: più chiaramente di tutti quello di Pia dei Tolomei).
Quello che i defunti dicono rispecchia per buona parte ciò che Dante era venuto a sapere attraverso i libri o raccogliendo voci, pettegolezzi che circolavano sul loro conto. A questa informazione oggettiva, che forma la base del personaggio, Dante aggiunge dei dettagli di sua invenzione per farli agire, come fanno i romanzieri contemporanei che ho citato all’inizio. Ma aggiunge anche dell’altro. Nel terzo canto del Purgatorio, la descrizione della morte di Manfredi ricalca quella della morte di Palinuro nel sesto dell’Eneide: il rapporto, come hanno mostrato Francesco D’Ovidio prima e Giovanni Aquilecchia poi, è evidente. Palinuro cade in mare, raggiunge a nuoto la riva ma una «gens crudelis» lo uccide e ora – racconta – «me fluctus habet versantque in litore venti» (VI 362). Analogamente, Manfredi, ucciso dagli angioini a Benevento, piange le sue ossa dissepolte dall’empio arcivescovo di Cosenza: «Or le bagna la pioggia e move il vento / di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde, / dov’e’ le trasmutò a lume spento» (Pg. III 130-32).
Ora, la differenza è chiara: nel primo caso la rivelazione riguarda un personaggio immaginario: Virgilio ha inventato Palinuro e può farne ciò che vuole. Nel secondo caso il morto, la morte, sono reali, storiche: Dante si è appropriato di un racconto, di una leggenda che circolava intorno alla morte di Manfredi e al suo pentimento in punto di morte (laddove tutti «sulla terra credevano dannato il nemico della Chiesa, morto scomunicato in battaglia»: Chiavacci Leonardi) e lo ha ri-raccontato a modo suo.
[…]
Invece sappiamo benissimo «di che cosa sono fatti» gli esseri umani che Dante incontra nell’aldilà. È vero: non sono tipi, come gli eroi dell’epica: l’invitto Achille, lo scaltro Ulisse, il vile Gano, il brutale Argante. Ma non sono neppure gli uomini e le donne enigmatici, pieni di contraddizioni che riconosciamo così simili a noi (e che per questo amiamo) nei romanzi moderni. Credo sia stato Sklovskij a dire che di fronte alle avventure dei personaggi romanzeschi ci capita spesso di pensare, di esclamare addirittura: «Ma non vedi?», «Ma non hai capito quello che ti stanno facendo?», «Quella donna ti tradisce, quell’amico non è un amico sincero, il successo che credi eterno non durerà, ti stanno mettendo in trappola!». Sono personaggi aperti perché le storie che stanno vivendo, le loro esistenze, sono aperte: tutto può ancora accadere. Le vite dei personaggi della Commedia invece sono finite: tutti sanno, nel bene e nel male, che cosa li aspetta, e tutti adesso sanno, una volta per tutte, qual è stato il loro errore o il loro merito nella vita terrena. Di conseguenza, quello che ci commuove leggendo i loro dialoghi con Dante non è l’incertezza, l’aleatorietà della vita come è, ma al contrario la certezza, la chiarezza sulla vita come ci apparirà una volta terminata, quando tutte le domande – quelle che ci avvincono nei romanzi moderni, proprio perché sono irrisolte – avranno avuto la loro risposta. La vita contemplata da fuori: mentre non è certamente realismo il nome di questo punto di vista, una certa accezione della parola sublime potrebbe essere più calzante: «La falsità, l’ingratitudine, l’ingiustizia, la puerilità in quei fini che da noi stessi sono tenuti per grandi e importanti, e nel conseguimento dei quali gli uomini si fanno reciprocamente tutti i mali immaginabili, stanno in tale contrasto con l’idea di ciò che gli uomini potrebbero essere, se volessero, e con l’ardente desiderio di vederli migliori, che per non odiarli, perché amarli non si può, pare un piccolo sacrificio la rinunzia di tutti i piaceri sociali. Questa tristezza, che non ci deriva dal vedere i mali che il destino assegna agli altri uomini (e che è causata dalla simpatia), ma quelli che gli uomini si fanno tra loro e che si fonda sull’antipatia nei principii), è sublime perché riposa sopra idee, mentre quella causata dalla simpatia non può essere altro che bella» ( I. Kant, Critica del giudizio, Roma-Bari, Laterza 1997, p. 276).

C. Giunta, Quello che non c’era prima di Dante 

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