Lo Stilnuovo e la Vita Nuova

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Firenze: la reazione degli Stilnovisti. Videolezione di Marco Santagata

I tratti salienti dello Stilnuovo. Videolezione di Marco Santagata.

Dante e la poesia della lode. Videolezione di Marco Santagata.

Breviaire 1

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Prof. C. VECCE (UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI “L’ORIENTALE”), Introduzione a Dante [con tagli e adattamenti].

Qualche anno dopo la morte di Beatrice (1290), e precisamente verso il 1293, Dante pensò di raccogliere quasi tutta la produzione poetica legata alla donna e di farne un ‘libro’, di unire quei testi poetici in una struttura unitaria, che rendesse conto di una ‘storia’, la storia della sua giovinezza, del suo amore, e soprattutto della sua poesia. Quel ‘libro’ non poteva farsi nella semplice forma del ‘canzoniere’, del ‘libro’ di sole rime. […] In un certo senso, aveva bisogno di raccontare agli altri anche perché erano nati quei testi, in quali situazioni, in quali condizioni della sua anima e del suo corpo. Serviva un’esegesi, un’interpretazione autentica, simile a quella che i teologi applicavano sui testi sacri: e testi sacri erano, per Dante, le poesie per la sua Beatrice. Fu così che nacque la Vita Nuova (che, nell’accezione dantesca, significa appunto ‘vita della giovinezza’, rinnovata dall’esperienza amorosa).

La struttura è quella del prosimetro, in cui 31 testi poetici dal 1283 al 1291 (25 sonetti, 4 canzoni, una stanza isolata, e una ballata) si dispongono in una cornice unitaria di testi in prosa, di solito tra una prosa narrativa, e una ‘divisione’, cioè una spiegazione scolastica delle parti del componimento. E’ evidente l’influenza del modello di Boezio (il De consolatione Philosophiae era un prosimetro, dal forte carattere autobiografico), ma soprattutto dei manoscritti provenzali, in cui le poesie dei trovatori erano accompagnati da parti in prosa con il racconto della loro vita (vida) e l’interpretazione del testo (razo).
Straordinaria, da parte di Dante, è la scelta di fare il racconto in prima persona. La scrittura autobiografica non era molto frequente nel Medioevo, perché il parlare di sé poteva essere segno di egoismo e superbia. Pure non mancavano esempi illustri, dalle Confessioni di Agostino all’Historia calamitatum mearum di Abelardo.
In realtà, la Vita Nuova non è né un’autobiografia di Dante, né un romanzo d’amore, ma un’opera molto più complessa, in cui si sovrappongono riferimenti alle scritture profetiche e apocalittiche, ai Vangeli (con l’insistita equivalenza Beatrice-Cristo), all’agiografia (tanto che si è potuto vedere in questo testo anche una Legenda Sancte Beatricis). E, in più, è anche l’occasione di esibire una cultura personale, faticosamente formata da Dante sui classici latini (gli stessi amati e insegnati da ser Brunetto: Cicerone, Virgilio, Ovidio) e sulla Bibbia (il Cantico dei Cantici, Geremia, l’Apocalisse); testi da cui si era allontanato Cavalcanti, che seguiva piuttosto i filosofi d’avanguardia.
Dall’esegesi biblica medievale veniva infine il ricorso alla numerologia, che è strumento interpretativo profondo dei rapporti tra le cose e gli eventi, e non semplice simbologia. Beatrice è sempre associata al numero nove (segno di assoluta perfezione, perché prodotto del 3, numero della Trinità, per se stesso), perché, secondo Dante, è veramente quel numero, cioè un angelo, una manifestazione sensibile della potenza divina.
Nel proemio Dante finge di aprire un libro immateriale, il ‘libro della memoria’, e quasi all’inizio trova una ‘rubrica’, una titolazione che dice “Incipit vita nova”, in cui ritrova tutte le ‘parole’ della ‘vita nova’, della giovinezza: più che i ricordi, si tratta proprio delle ‘parole poetiche’, cioè delle poesie che ha scritto in quegli anni; e il suo proposito è allora quello di ricopiarle in un altro ‘libello’, di farsi scriba di se stesso.
La narrazione inizia con il ricordo del primo incontro con Beatrice fanciulla a nove anni, che provoca un totale sommovimento degli ‘spiriti’, cioè delle varie facoltà dell’anima. Nove anni dopo, nel 1283, Dante diciottenne incontra di nuovo la ‘gentilissima’, e il suo ‘saluto’ scatena la fenomenologia d’amore, e provoca il primo grande sogno di Dante: l’apparizione di Amore e della donna, con l’immagine del cuore mangiato, e un primo presagio di morte, la figura di lei che viene portata in cielo dagli angeli.
Al risveglio Dante scrive il suo primo sonetto, A ciascun alma presa e gentil core, in cui racconta brevemente il sogno, e lo invia ai suoi amici (i “fedeli d’Amore”) per chiederne spiegazione, in particolare a Guido (che risponde con Vedeste, al mio parere, onne valore: ma secondo Dante nessuno di loro capisce il vero significato del sogno, che contiene anche la profezia della morte di Beatrice).
La volontà di tenere segreto il suo vero amore spinge Dante a simulare amore per un’altra donna, la ‘donna dello schermo’, e poi per una seconda ‘donna dello schermo’, cosa che provoca lo sdegno di Beatrice e la negazione del suo saluto (che, in senso guinizzelliano, solo poteva dare ‘salute’, cioè salvezza).
Profonda è la crisi di Dante, superata solo con l’introduzione dello ‘stilo della loda’ (del ‘dolce stil novo’), con la prima grande canzone Donne ch’avete intelletto d’amore, recupero del valore positivo dell’esperienza amorosa in una dedizione totale all’amata, qualunque sia il suo atteggiamento. E’ il rifiuto della visione negativa di Cavalcanti. Il testo è solenne anche dal punto di vista formale, essendo una canzone formata da stanze di 14 versi tutti endecasillabi (che sembrano quasi un sonetto). E significativo è il cambio di destinatario. Non più la donna amata, ma le ‘donne che hanno intelletto d’amore’, cioè un pubblico elitario in grado di intendere questa dottrina d’amore, per esperienza diretta e per conoscenza teorica. Dante non presume di arrivare alla perfezione della lode, ma almeno potrà ‘isfogar la mente’, con funzione liberatoria della propria angoscia e dell’ossessione amorosa. Il superamento di Cavalcanti avviene anche nel sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare. Il ‘saluto’ di Beatrice innesca una vera epifania, un’apparizione miracolosa (pare), in cui si rivela l’eccellenza della sua nobiltà interiore (gentile) e del suo decoro (onesta). Gli effetti sull’amato sono all’inizio annichilanti (come in Guido): la lingua trema e non riesce a proferire suono, gli occhi si abbassano; l’esperienza della dolcezza è ineffabile, indicibile, non comunicabile a chi non la prova, ma resta poi intensamente reale, come lo erano le esperienze mistiche; non è distruttiva, ma beatificante.
La storia continua tra continui presagi di morte, dalla morte del padre di Beatrice ad una visione tragica modulata su immagini apocalittiche. La morte di Beatrice non viene raccontata, ma la data precisa (l’8 giugno 1290) fornisce a Dante l’occasione di una straordinaria digressione sulla misurazione del tempo e del calendario, in cui, ancora una volta, emerge la presenza magica del numero 9. Eppure, la memoria di Beatrice non basta a Dante, che viene traviato da una ‘donna gentile’ due anni dopo, e richiamato all’ordine di una nuova visione di Beatrice, che alla fine gli appare in una ‘mirabile visione’.
Qui Dante si interrompe, ripromettendosi di trattarne in una nuova e più degna opera.

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“Dante, nella Vita nuova, attraverso il linguaggio simbolico dei numeri, può comunicare ai lettori che Beatrice non è come un angelo, ma è un angelo; non è un oggetto di meraviglia come se fosse un miracolo, ma è un miracolo. […] Beatrice, più che apparire, “opera”. […] L’insistenza sugli effetti virtuosi che promanano da lei o dal suo saluto […] mira a dare corpo alla dimensione divina del suo personaggio. […]
E tuttavia le azioni dirette o indirette di questa Beatrice, non dunque quelle topiche della fenomenologia amorosa, ma quelle che si avvicinano al “meraviglioso operare” di una donna angelica, possono essere catalogate sotto un piccolo numero di rubriche:
a) il suo “apparire” e la speranza di riceverne il saluto infondono nell’amante una “fiamma di caritade, la quale gli faceva perdonare a chiunque l’avesse offeso; e chi allora l’avesse domandato di cosa alcuna, la sua risponsione sarebbe stata solamente ‘Amore’ con viso vestito d’umiltade” (XI, 1); l’effetto è lo stesso anche sugli altri: “[…] cui saluta fa tremar lo core, / sì che, bassando il viso, tutto smore, / e d’ogni suo difetto allor sospira: / fugge dinanzi a lei superbia ed ira” (Ne li occhi porta, 4- 7);
b) chi è degno di “vederla” prova su di sé gli effetti della sua virtù: Beatrice, infatti, “l’umilia” [lo rende umile] al punto “ch’ogni offesa oblia” (Donne ch’avete, 40); ma il fenomeno è più generale, dal momento che “la vista sua fa onne cosa umile” (Vede perfettamente onne salute, 8); […]
c) Beatrice sbigottisce i cuori villani e in alcuni casi addirittura li trasforma in nobili: “quando va per via / gitta nei cor villani Amore un gelo, / che onne lor pensero agghiaccia e pere; / e qual soffrisse di starla a vedere / diverria nobil cosa, o si morria” (Donne ch’avete, 32-36); nobilita tutto ciò che guarda; “per che si fa gentil ciò che la mira” (Ne li occhi porta, 2);
d) chi ha avuto la fortuna di poterle parlare è certo della salvezza: “Ancor l’ha Dio per maggior grazia dato / che non po’ mal finir chi l’ha parlato” (Donne ch’avete, 41-42).
[In realtà] nessuna di quelle categorie può essere considerata un’invenzione dantesca. Al più, si potrebbe dire che la 
Vita nuova conferisce un ordine e una coerenza ideologica a una serie di immagini, di raffigurazioni e di motivi che […] percorre come un grande fiume tutta la lirica romanza.

M. Santagata, Amate e amanti, figure della lirica amorosa da Dante a Petrarca, il Mulino, Bologna 1999

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