Cangrande della Scala

DANTE, Paradiso, c. XVII, v. 76 sgg.

Con lui vedrai colui che ‘mpresso fue,
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili fier l’opere sue.                                            78

Non se ne son le genti ancora accorte
per la novella età, ché pur nove anni
son queste rote intorno di lui torte;                                 81

ma pria che ‘l Guasco l’alto Arrigo inganni,
parran faville de la sua virtute
in non curar d’argento né d’affanni.                               84

Le sue magnificenze conosciute
saranno ancora, sì che ‘ suoi nemici
non ne potran tener le lingue mute.                               87

A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;
per lui fia trasmutata molta gente,
cambiando condizion ricchi e mendici;                         90

e portera’ne scritto ne la mente
di lui, e nol dirai»; e disse cose
incredibili a quei che fier presente.                                 93

Marco Bevilacqua, Cangrande della Scala, la sua storia, “La Tribuna”, 23 gennaio 2015

“magnificenze conosciute/saranno ancora, si che’ suoi nemici/non ne potran tenere le lingue mute./A lui t’aspetta e à suoi benefici». Parola di Dante Alighieri. Per chi, come Cangrande della Scala (1291-1329), terzo figlio di Alberto I (podestà di Mantova e fiero avversario della Padova guelfa), poteva permettersi simili frequentazioni, a essere sodali del grande fiorentino ci si guadagnava eccome, nella Verona trecentesca: gloria e immortalità imperitura assicurate, un pedigree in ordine al cospetto di Dio e della storia. E infatti Cangrande, vicario imperiale di Enrico VII e capo riconosciuto dei ghibellini dell’alta Italia, di Dante era effettivamente amico e confidente.

L’Alighieri lo stimava come uomo, come condottiero, come politico e come mecenate, tanto da riservargli un palco di proscenio nel grande affresco della Divina Commedia. In quei versi del Paradiso (XVII, 85-88) l’Alighieri evoca la presenza di nemici. E Cangrande I doveva essersene fatti parecchi e ad ogni latitudine, di avversari: sfidando la scomunica di papa Giovanni XXII e le forze delle signorie della terraferma lombardo-veneta, nei diciott’anni del suo regno aveva esteso il dominio scaligero a Feltre e Belluno (1321-22), cinto d’assedio e conquistato Vicenza e Padova (1328), espugnato le città fortificate della bassa padovana, scontrandosi a più riprese con le truppe degli Estensi e spingendosi fino a Treviso (1329), città che gli sarà fatale. Considerando Venezia un’anomalia politica (allora il leone di San Marco preferiva puntare ancora lo sguardo sugli orizzonti marini), con una buona dose di lungimiranza coltivò il sogno politico di creare una sorta di regno veneto che riunisse tutte le città della terraferma sotto un unico governo, e nel segno di questo progetto fu anche e soprattutto – forse suo malgrado, poiché alla guerra avrebbe preferito le lettere e le arti – soldato e abile tessitore di alleanze. «Parran faville de la sua virtute/in non curar d’argento né d’affanni» scrive ancora di lui Dante (Pd. XVII, 83-4), a sottolineare il fatto che Cangrande era si valoroso condottiero, ma in fondo di gloria militare e di ricchezze non gli importava poi tanto… Eppure i nemici c’erano, eccome. Perché Cangrande di guerre, intrighi e assedi ne aveva condotti tanti. Tanto che ancora oggi, a quasi sette secoli dalla sua morte, non si conosce con esattezza il vero motivo della sua dipartita, avvenuta in quel di Treviso nel luglio del 1329 ufficialmente per un malore, ma più probabilmente per un errore medico o addirittura per avvelenamento. Come in ogni noir che si rispetti, la parola fine sulla sua vicenda non è stata ancora scritta. Un capitolo nuovo viene compilato oggi nella sua città, Verona, che gli dedica una grande mostra che proprio dalle oscure circostanze della morte prende spunto per rivisitarne la parabola storica e biografica. «Cangrande della Scala, la morte e il corredo di un principe del medioevo europeo» (Museo di Castelvecchio, fino al 23 gennaio 2005) riprende e sviluppa le indagini effettuate nel 1921, quando per la prima volta fu ispezionata la tomba del signore. In quella occasione furono trovate all’interno dell’arca funeraria preziose stoffe provenienti dall’Oriente, un corredo sepolcrale sontuoso e raffinato. Per la prima volta vengono esposti al pubblico questi tessuti, ma anche quelli che hanno accompagnato altri principi coevi nel loro ultimo viaggio, fra i quali il corredo sepolcrale di Rodolfo I di Boemia, e manoscritti dell’epoca. Rivive anche, sia pure solo virtualmente, il volto di Cangrande ricostruito al computer. A partire da quel corpo mummificato, da quel volto congelato nel ghigno della morte, cosi affascinante e terribile a vedersi, gli studiosi hanno gettato una luce nuova sui cerimoniali di sepoltura e i significati della cultura funeraria dell’epoca, aiutando a dare spessore storico alla figura di Cangrande, cosi nota nell’iconografia veronese per il monumento equestre che è uno dei simboli della città.

Ma resta il mistero, quello vero. Quello di una morte indecifrabile, forse preparata ad arte da avversari rimasti nell’ombra. Cangrande proveniva da una famiglia che conosceva bene la violenza e i tranelli del potere. Suo zio, Mastino I, era stato assassinato nel 1277. In precedenza, altri familiari avevano dovuto fare i conti con la furia di Federico II. Per non dire, poi, di chi venne dopo di lui: Cangrande II, figlio di Mastino II, riusci a sventare una congiura ordita contro di lui dal fratellastro Fregnano, ma nel 1359 fu poi ammazzato dal fratello di questi, Cansignorio, che con l’aiuto di Francesco I da Carrara tiranneggiò Verona e Padova tenendo testa per qualche anno alle forze incalzanti della Repubblica di Venezia. Grazie alla collaborazione di paleopatologi e medici forensi, i curatori della mostra – Paola Marini, Ettore Napione e Gian Maria Varanini – hanno potuto appurare che Cangrande soffriva di una grave forma di cirrosi di origine virale. Ma a quanto pare la causa diretta della sua morte fu l’assunzione di un’elevata dose di Digitale, pianta utilizzata come stimolatore cardiaco ma letale se assunta in eccesso. Ne è stata rinvenuta una grossa quantità nel fegato e nelle feci. Omicidio? Errore medico? La verità non è stata ancora acclarata e nuove pagine verranno scritte sulla sorte di Cangrande. Intanto la storia ci dice che il suo dottore personale, a scanso di equivoci, fu impiccato l’anno successivo.

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