Purgatorio

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Vittorio Sermonti a proposito del Purgatorio, in Così Dante incontra la vita, “La Repubblica”, 11 marzo 2004:

«Il Purgatorio per me è la più bella delle tre cantiche – dice – o meglio, condivide con ognuna delle altre due il privilegio dell’ incomparabilità«. E tuttavia mancano nel Purgatorio le figure grandiose incontrate nell’ Inferno. Perché? «è vero che rispetto ai personaggi dell’ Inferno, quelli del Purgatorio sono meno violentemente tragici, anche se figure come Bonagiunta o Pia de’ Tolomei mi sembrano tutt’ altro che labili. Però sono personaggi anche più complessi, perché portano insieme il senso della colpa, il senso del pentimento, la speranza nel pentimento e in qualche modo il rimpianto della colpa, in quanto la colpa è la durata della loro vita. Non sono né perfettamente buoni né perfettamente cattivi». Quindi, in un certo senso, più “umani”? «Uno dei caratteri più emozionanti del Purgatorio sta nel fatto che ha una durata fatta dell’ alternarsi dei giorni e delle notti e che questa durata è in qualche modo un negativo della vita. Sospesi alla durata della penitenza, gli spiriti del Purgatorio possono raccontare a Dante che cosa succede a morire. E usano una tenerezza un po’ spaurita, un po’ adontata, come se ancora patissero lo scandalo di essere morti. Mai, io credo, si sono conosciuti dei morti così vivi come questi personaggi, che sono psicologicamente affini a Dante, e molte volte evocano insieme a lui un passato prossimo». Infatti lungo le balze del Purgatorio Dante incontra molti dei suoi amici di un tempo, molti, come lui, poeti. Che ruolo hanno nel suo cammino? «Danno una presenza penitenziale all’ esperienza dello scrivere poesia. Che è insieme iniziale, transitoria e definitiva, perché l’ aver scritto poesia nelle modalità adottate in passato da Dante si risolve e si realizza nella scrittura del poema sacro. Cacciata dalla finestra, insomma, la poesia rientra dalla porta. E cacciarla dalla finestra è per Dante un’ esperienza complicatissima e una straordinaria emozione. L’ incontro con Forese Donati è cruciale proprio per questo, perché coniuga amicizia, connivenza e esercizio della poesia». Come cambia il pellegrino Dante nel passaggio dall’ Inferno al Purgatorio? «L’ esperienza che Dante fa durante la sua salita è l’ esperienza del passaggio tra due eternità: quella insonne dei dannati e quella felice dei beati. Le emozioni di Dante che sbuca sulla spiaggia del Purgatorio la mattina di Pasqua sono proprio le emozioni di chi ha attraversato l’ inferno e riscopre qualcosa che ha la violenza e l’ evidenza della vita. Questa situazione che è insieme rimpianto della vita, e del corpo, e speranza dell’ eternità e del recupero del corpo, non ha uguali nella storia delle letterature». Il suo ruolo di mediatore sarà in qualche modo condizionato dalla consapevolezza di leggere e spiegare canti meno noti di quelli dell’ Inferno? «Una delle grandi difficoltà dell’ Inferno è di imporre al pellegrino Sermonti e ai poveri pellegrini che gli vanno dietro di impostare il taglio, l’ approccio alla materia. Una volta fatto questo, nel Purgatorio il mio discorso è semplificato. D’ altra parte il fatto che il Purgatorio consente a Dante di ridere, consente anche a me e a chi mi ascolta di fare altrettanto. La mediazione si baserà anche su chiacchiere da bottiglieria, raccontacci, storie inventate, proprio perché i personaggi, e il loro rapporto ancora stretto con la vita, lo permettono. Una difficoltà particolare la presentano alcuni canti teoretici, come il venticinquesimo, quello sull’ embriologia, dove Stazio illustra la teoria della generazione fisica degli esseri umani sviluppata in un passaggio dal vegetativo all’ animale. Ma a me piace molto impegnarmi in canti esclusi dall’ antologia mentale dei lettori e devo dire che in genere appassionano moltissimo, perché c’ è in essi qualcosa di straordinariamente nuovo. Bisogna abbandonarsi, sentire il ronzio, la musica del senso». Vuole dire che in questi canti il potere significante della poesia, che lei sottolinea spesso contro l’ irrilevanza del linguaggio corrente, emerge con più forza? «Sono esperienze che emozionano ogni volta, e a Firenze, credo, in modo particolare. Perché nel Purgatorio, proprio per la pressione che vi esercita la vita, la lingua è più toscana che altrove. Ci sono situazioni familiari, sintagmi, modi di dire che sono usciti da questa cantica della Commedia e sono entrati nella lingua italiana. E quindi si scoprirà che il Purgatorio è molto più noto di quanto uno si permetta di immaginare».

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