Canto II

Detail of a miniature of Dante encountering Casella and Cato.

Il paesaggio del Purgatorio: consulta il saggio di Anna Pegoretti Dal lito diserto al giardino. La costruzione del paesaggio nel  Purgatorio di Dante, Bologna, BUP, 2007. CLICCA QUI.

Il vano abbraccio: storia di un topos

Dante, Purgatorio, c. II, vv. 76-81:  l’incontro tra Dante e l’amico Casella.

Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi, con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.
Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.

Odissea, XI, vv. 237-260: l’incontro nell’Ade tra Odisseo e la madre

Questo mi disse; ma io, agitato nel cuore, stringere l’ombra turbata bramai di mia madre morta; tre volte all’immagine tesi le braccia, e tre volte alle braccia sfuggiva, figura di sogno: tanto sentivo più forte il dolore nell’animo, e alla madre parlai con alate parole: «Perché, madre, svanisci, sebbene io brami di stringerti a me, così che anche nell’Ade abbracciati possiamo di questo triste gemente colloquio godere? O un idolo forse la bella Persefone qui m’ha inviato per darmi un più grande dolore?»
Così dissi, e sùbito l’augusta madre rispose: «O figlio, o tu fra i mortali il più sventurato, non t’inganna Persefone, figlia di Zeus. Ma in questa forma è prescritto ai mortali apparire, quando han lasciato la vita: ossa, tendini, carni non tengono il corpo che arse il vigore del fulgido fuoco appena la vita ha lasciato le candide ossa e l’anima vola simile a larva di sogno. Ma tu affréttati adesso verso la luce e quello ricorda che qui hai veduto così che tu possa alla sposa narrarlo».

Vergilius, Aeneis, VI, vv. 687-703: l’incontro nei Campi Elisi tra Enea e Anchise

«Venisti infine, e la tua pietà, desiderata dal padre, vinse il duro cammino? Posso, o figlio, guardarti in volto, e ascoltare la nota voce e risponderti? Così certamente immaginavo e credevo che sarebbe avvenuto, contando i giorni, e l’ansia non mi trasse in inganno. Portato per quali terre ed ampie distese del mare ti accolgo! travagliato, o figlio, da quali gravi pericoli! Quanto temetti che ti nuocesse il regno di Libia!»
Ed egli: «La tua mesta immagine, o padre, comparendomi così di frequente, mi spinse a dirigermi a queste soglie; le navi sostano nel mare Tirreno. Concedi di stringerti la destra, concedi, e non sottrarti all’abbraccio». Così discorrendo, rigava il viso di largo pianto.

Ter conatus ibi collo dare bracchia circum,
ter frustra comprensa manus effugit imago,
par levibus ventis volucrique simillana somno
Tre volte cercò di circondargli il collo con le braccia, tre volte invano afferrata l’immagine sfuggì dalle mani; pari ai lievi venti, simile ad alato sogno.

Casella e i dolci amici. Chi è Casella? Consulta l’Enciclopedia Dantesca Treccani.

“L’impossibilità di stringere Casella segna il confine tra il mondo dei vivi e dei morti, ma questa gestualità affettuosa e istintiva, che Dante contraccambia di getto, pur non avendo in un primo tempo riconosciuto l’amico, caratterizza la nuova cantica, in antitesi alla prima, dove gli spiriti si atteggiano spesso minacciosamente, o dove la modalità della pena nega la manifestazione degli affetti reciproci.
L’importanza del personaggio di Casella è sottolineata anche dal ritardo con cui egli giunge sulla riva del purgatorio: pur essendo morto diversi anni prima, lo stratagemma del ritardo, abbondantemente spiegato nei vv. 94-105, consente a Dante di incontrarlo al momento del suo viaggio oltremondano, collocato nella primavera del 1300.
L’amoroso canto di Casella e lo smemoramento che provoca, rappresentano la condizione delle anime appena giunte in purgatorio, ancora legate alla dolcezza dei ricordi  terreni, quello scoglio, secondo le parole di Catone, che non le lascia ancora godere della visione di Dio. Non è infatti la musica o l’arte in genere o qualsiasi altro allettamento terreno a poter «quetare tutte le voglie» (v. 108), ma Dio, nel cui amore solamente l’anima umana si placa. 
Amor che ne la mente mi ragiona: dal Convivio alla Commedia
Non può quietare del tutto l’anima affannata nemmeno la filosofia, definita da Severino Boezio «summum lassorum solamen animorum» (“il sommo ristoro degli animi stanchi”), espressione allusa da Dante ai vv. 109-11. In questo senso può essere letta la scelta di far cantare a Casella proprio Amor che ne la mente mi ragiona, la grande canzone dantesca contenuta e commentata nel terzo libro del Convivio. In essa si esalta quella «donna gentile» che nella Vita nova consola il poeta dopo la morte di Beatrice. A questo secondo amore Dante attribuisce, nello stesso Convivio, il significato allegorico di Filosofia. Dunque l’arte, la musica, gli affetti terreni, che ancora incantano le menti delle anime purgande, sono, per usare le parole di Catone, una negligenza, uno stare (v. 121) che impedisce la corsa verso la purificazione.
Il paragone finale con i colombi inaugura la serie delle similitudini purgatoriali fra i gruppi delle anime e gli animali più umili (le pecorelle del canto III, le formiche del canto XXVI), a indicare l’umiltà e il candore dello spirito nella nuova condizione del secondo regno”.
C.Bologna, P.Rocchi, Rosa fresca aulentissima, © Loescher Editore -Torino

Dante, il canto e la musica

“Il Purgatorio è posto sotto l’insegna del canto: Ahi quanto son diverse quelle foci / da l’infernali! ché quivi per canti / s’entra, e giù per lamenti feroci (Purg. XII, 112-114). La prima schiera di anime che il poeta incontra intona il Salmo In exitu Israel de Aegypto (Purg. II, 46), che lo stesso Dante aveva citato nel Convivio per spiegare il senso «anagogico» della Scrittura (cfr. Convivio II, I, 6-7). Nella seconda cantica i riferimenti musicali hanno dunque valore prevalentemente etico. Nel luogo adibito all’espiazione e alla purificazione, anche i canti delle anime possiedono un potere catartico, capace di creare effetti particolari di rasserenamento. Del resto, che la musica avesse questo potere sulla psiche degli individui era ipotesi già avanzata dagli antichi, e poi riaffermata nel Medioevo da Boezio (De Musica II). Lo stesso Dante vi fa riferimento nel Convivio: «la Musica trae a sé li spiriti umani, che quasi sono principalmente vapori del cuore, si che quasi cessano da ogni operazione: si è l’anima intera, quando l’ode, e la virtù di tutti quasi corre a lo spirito sensibile che riceve lo suono (Convivio II, 24).
Tale è l’effetto che provoca su Dante il canto di Casella (l’amoroso canto / che mi solea quetar tutte mie doglie, Purg. Il, 107- 108): una melodia dolcissima che costituisce però una negligenza agli occhi di Catone, guardiano del Purgatorio. La canzone intonata da Casella, ‘Amor che ne la mente mi ragiona’, di cui è autore lo stesso Dante, è infatti dedicata all’amore per la Filosofia, la più nobile ma anche la più pericolosa delle seduzioni terrene. A differenza del canto di Casella, i salmi cantati nelle varie cornici del Purgatorio non hanno uno scopo estetico fine a se stesso, ma scaturiscono dal desiderio di affrettare, anche attraverso questo mezzo privilegiato, il processo di purificazione. Questo spiega la profonda partecipazione delle anime e degli angeli al canto, sia corale che solistico: cantavan tutti insieme ad una voce (Purg.II, 47); cantando ‘Miserere’ a verso a verso (Purg.V, 24); ‘Te lucis ante’ sì devotamente / le uscio di bocca e con sì dolci note, / che fece me a me uscir di mente; / e l’altre poi dolcemente e devote / seguitar lei per tutto l’inno intero, / avendo li occhi a le superne rote (Purg. VIII,13-18)”.

In exitu Israel de Aegypto. Canto gregoriano.

Colloseum

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