“Ahi serva Italia“

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Virgilio, Eneide, III, 521-524:

Iamque rubescebat stellis Aurora fugatis
cum procul obscuros collis humilemque videmus
Italiam. Italiam primus conclamat Achates,
Italiam laeto socii clamore salutant.

“E già, fugate le stelle, arrossiva l’Aurora, quando vediamo lontano oscuri colli e, umile sull’orizzonte, l’Italia. ‘Italia’, grida Acate per primo, ‘Italia’, salutano i nostri con urla di giubilo”. Traduzione di Vittorio Sermonti, Rizzoli

«Italia è un nome di tradizione classica, in origine con riferimento all’estremità meridionale della Calabria; si estende poi alla penisola con l’avanzarsi della conquista romana. La sanzione ufficiale del nome si ha con Ottaviano nel 42 a.C., mentre l’unione amministrativa con le isole si ha con Diocleziano (diocesi italiciana). Nei secoli il nome rimane di tradizione dotta (l’evoluzione popolare del latino Italia sarebbe stato ItagliaIdaglia, a seconda delle zone). L’origine del nome è discussa e incerta. Alcuni suppongono che derivi da una forma di origine osca e corrisponda a Viteliu accostato all’umbro vitluf  ‘vitello’, latino vitulus. Per altri avrebbe il senso di “terra degli Itali”, popolo che avrebbe come totem il vitello (italos), perciò la denominazione si fonderebbe sull’uso antichissimo di divinizzare l’animale totem della tribù; oppure “il paese della tribù degli Itali”, nome totemistico da *witaloi ‘figli del toro’. Non mancano le interpretazioni leggendarie, come quella del principe Italo, l’eroe eponimo che avrebbe dominato il Sud della penisola. Vi è poi il mito secondo il quale Eracle, nell’attraversare l’Italia per condurre in Grecia il gregge di Gerione, perde un capo di bestiame e lo cerca affannosamente; avendo saputo che nella lingua indigena la bestia si chiama vitulus, chiama Outalía tutta la regione». A cura di Matilde Paoli, Redazione Consulenza Linguistica Accademia della Crusca.

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A. BARCHIESI, Bellum italicum: l’unificazione dell’Italia nell’Eneide 

Il vero posto dell’Eneide in una storia dell’identità italiana sta piuttosto in un altro aspetto. Il poema dà un forte impulso alla costruzione di un’idea di Italia, e persino di unificazione italica: ma lo fa per un clamoroso e colossale secondo fine. L’Italia deve esistere e soffrire perché Roma debba affermarsi e diventare un impero mondiale. da questo punto di vista – per quanto anacronistico, dato che stiamo attribuendo all’Italia un senso compiuto che all’epoca non poteva avere – Virgilio è realmente vicino a una tradizione che unisce il Papato (l’Italia è necessaria come contenitore per il successo della Chiesa) a Dante (l’Italia deve affermarsi perché una realtà più alta, il Sacro Romano impero, possa svolgere la sua missione) – e ad altri sviluppi più recenti. In questa logica, l’identità italiana è segnata da due fatalità ricorrenti, l’eterogenesi dei fini e il tradimento. È un’unità che deve prosperare ma solo perché qualcosa di più grande possa affermarsi. Nel poema di Virgilio l’Italia antica è vista come frammentazione in cui ci sono anche speranze di unità, e il suo ritmo di crescita è l’alternanza ciclica di pace e guerra: alla fine di un lungo processo, che comprende insieme civilizzazione e barbarie, qualcosa di unitario emergerà, ma sarà, un po’ ironicamente per gli sforzi degli italici, l’impero sovranazionale di Augusto.

Italia mia, benché ’l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sì spesse veggio,
piacemi almen che’ miei sospir’ sian quali
spera ’l Tevero et l’Arno,
e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio.
Rettor del cielo, io cheggio
che la pietà che Ti condusse in terra
Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
Vedi, Segnor cortese,
di che lievi cagion’ che crudel guerra;
e i cor’, che ’ndura et serra
Marte superbo et fero,
apri Tu, Padre, e ’ntenerisci et snoda;
ivi fa’ che ’l Tuo vero,
qual io mi sia, per la mia lingua s’oda.
Voi cui Fortuna à posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade?
perché ’l verde terreno
del barbarico sangue si depinga?
Vano error vi lusinga:
poco vedete, et parvi veder molto,
ché ’n cor venale amor cercate o fede.
Qual più gente possede,
colui è più da’ suoi nemici avolto.
O diluvio raccolto
di che deserti strani,
per inondar i nostri dolci campi!
Se da le proprie mani
questo n’avene, or chi fia che ne scampi?
FRANCESCO PETRARCA, Rerum Vulgarium Fragmenta, CXXVIII

Non si debba, adunque, lasciare passare questa occasione, acciò che la Italia, dopo tanto tempo, vegga un suo redentore. Né posso esprimere con quale amore e’ fussi ricevuto in tutte quelle provincie che hanno patito per queste illuvioni esterne; con che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime. Quali porte gli si serrerebbano? quali populi gli negherebbano la obedienzia? quale invidia se li opporrebbe? quale Italiano li negherebbe l’ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli, adunque, la illustre Casa Vostra questo assunto con quello animo e con quella speranza che si pigliano le imprese iuste…
N. MACHIAVELLI, Il Principe, XXVI

I tuoi confini, o Italia, sono questi; ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni. Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia. Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce? — Ov’ è l’antico terrore della tua gloria? Miseri! noi andiamo ognor memorando la libertà, e la gloria degli avi le quali quanto più splendono tanto più scoprono la nostra abbietta schiavitù. Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro sepolcri. E verrà forse un giorno che uniti perdendo e le sostanze, e l’intelletto, e la voce sarem fatti simili agli schiavi domestici degli antichi, o trafficati come i miseri negri, e vedremo i nostri padroni schiudere le tombe e disseppellire, e disperdere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientarne le ignuda memorie,- poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione di superbia, ma non eccitamento dell’antico letargo.
Così grido quando io mi sento insuperbire nel petto il nome Italiano e rivolgendomi intorno io cerco né trovo più la mia patria. Ma poi dico: pare che gli uomini sieno i fabbri delle proprie sciagure , ma le sciagure derivano dall’ordine universale, e il genere umano serve orgogliosamente e ciecamente ai destini. Noi argomentiamo sugli eventi di pochi secoli: che sono eglino nell’immenso spazio del tempo? Pari alle stagioni della nostra vita mortale pajono talvolta gravi di straordinarie vicende, le quali pur sono comuni e necessarj effetti del tutto. L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra.
UGO FOSCOLO, Ultime lettere di Jacopo Ortis, Lettera da Ventimiglia, 19 e 20 febbraio 1799

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O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l’erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
formosissima donna! Io chiedo al cielo
e al mondo: – Dite dite;
chi la ridusse a tale? – E questo è peggio,
che di catene ha carche ambe le braccia;
sì che sparte le chiome e senza velo
siede in terra negletta e sconsolata,
nascondendo la faccia
tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
le genti a vincer nata
e nella fausta sorte e nella ria.
GIACOMO LEOPARDI, Canti, All’Italia,1818

Io nacqui veneziano ai 18 ottobre del 1775, giorno dell’evangelista San Luca; e morrò per grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo. Ecco la morale della mia vita. […) Ma in tutto ciò nulla sarebbe di strano o degno di essere narrato, se la mia vita non correva a cavalcioni di questi due secoli che resteranno un tempo assai memorabile massime nella storia italiana. Infatti fu in questo mezzo che diedero primo frutto di fecondità reale quelle speculazioni politiche che dal milletrecento al millesettecento traspirano dalle opere di Dante, di Machiavello, di Filicaia, di Vico e di tanti altri.
IPPOLITO NIEVO, Le confessioni d’un Italiano, capitolo I

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NOVECENTO

Italia
Sono un poeta
un grido unanime
sono un grumo di sogni
Sono un frutto
d’innumerevoli contrasti d’innesti
maturato in una serra
Ma il tuo popolo è portato
dalla stessa terra
che mi porta
Italia
E in questa uniforme
di tuo soldato
mi riposo
come fosse la culla
di mio padre

(Locvizza, il I° Ottobre 1916)

G. UNGARETTI, Italia, L’allegria

Ora m’accorgo d’amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.
Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani
Ma per queste parole
Tessute di plebi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m’avvolge straniero.
Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

FRANCO FORTINI,  Italia 1942, Foglio di via (1946)

pisto21

Più è sacro dov’è più animale
il mondo: ma senza tradire
la poeticità, l’originaria
forza, a noi tocca esaurire
il suo mistero in bene e in male
umano. Questa è l’Italia, e
non è questa l’Italia: insieme
la preistoria e la storia che
in essa sono convivano, se
la luce è frutto di un buio seme.
P. P. PASOLINI, L’umile Italia, da Le ceneri di Gramsci, 1957

PER APPROFONDIRE:

Dossier Unità e disunità d’Italia, a c. di M. Belpoliti, Doppiozero
Imago ItaliaeLe radici archeologiche dell’immagine dell’Italia

altan_noi_italiani

Giorgio Gaber, Io non mi sento Italiano, 2003

Francesco De Gregori, Viva l’Italia, 1979

Marco Paolini & Mercanti di Liquore, L’Italia, dall’album Che te ne fai di un titolo

Alberto Sordi, Un americano a Roma, 1954

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